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TESTI

Jeff Rasley

TESTI      LA QUESTIONE FEMMINILE LA PSICOANALISI E ILPOLITICALLY CORRECT

2014
LA QUESTIONE FEMMINILE
LA PSICOANALISI E ILPOLITICALLY CORRECT

 

La questione femminile, la psicoanalisi e il politically correct

Conferenza pronunciata per il ciclo Filosofia sui Navigli l’8   giugno  2012

 

Il linguaggio

Per il mio titolo ho usato la dizione: “questione femminile” per indicare un problema che contiene delle domande. Il termine “questione femminile” è usato dagli storici per riferirsi all’emergenza storica della presenza femminile a partire dalla prima rivoluzione industriale. Per parlare dell’attualità, oppure del passato recente, in genere si parla di “condizione” femminile, di movimenti delle donne, di femminismo, di genere. “Questione” mi è sembrato  appropriato perché  può significare   problema,  domanda, argomento, e  anche dubbio. La “questione femminile” è il risultato  di una contrapposizione tra due opposti, fra due poli dialettici, che si danno reciprocamente consistenza. 

Maschile e femminile sono due posizioni  cui corrispondono , ma non sempre come vedremo, due corpi fabbricati in modi diversi, due diverse anatomie. Dal loro incontro è sempre dipesa la continuità della specie, il “reale” della generatività. Infatti, dal punto di vista della specie, la finalità della polarità maschio/femmina è la riproduzione. Questo vale per le specie animali, di cui facciamo parte ma con una caratteristica specifica: il fatto che parliamo. 

Siamo esseri di linguaggio, fabbricati dalla lingua, “parlesseri” come dice Lacan con uno dei suoi neologismi più famosi. Per questo la scelta sessuale non sempre corrisponde ai nostri corpi, alla biologia: possiamo “scegliere” l’appartenenza sessuale, inconsciamente s’intende, e per questo possiamo metterci in una posizione maschile anche se abbiamo un sesso di donna e viceversa, in una posizione femminile,  anche se abbiamo un organo maschile. La nostra scelta sessuale può non coincidere col sesso biologico. Possiamo scegliere come partner qualcuno del nostro stesso sesso, essere un uomo e amare un altro uomo ad esempio. In realtà questo è sempre avvenuto nella storia dell’umanità, talvolta senza che questa scelta interferisse con l’eterosessualità: l’amore di Socrate per Alcibiade ad esempio non faceva affatto scandalo nella Grecia classica. Per l’omosessualità femminile è diverso e, come sempre quando si tratta di donne, le cose sono più complicate. 

Parlare ci “snatura” rispetto agli altri mammiferi cui assomigliamo ma al tempo stesso ci rende umani. Nella misura in cui ci rende umani ci rende però anche dipendenti dalle parole. Le parole  costituiscono la moneta di scambio con l’altro, col nostro simile, pronunciarle ci mette in relazione ma al tempo stesso ci ingaggia, ci impegna, ci toglie libertà. Quando parliamo cediamo sempre qualcosa. Parlare ci umanizza e al tempo stesso ci aliena.

Anche la questione femminile si colloca nella cornice disegnata dal linguaggio: gli animali, che non parlano, non hanno una “questione femminile”. Tutto viene regolato dall’istinto sessuale. Noi siamo affascinati da quella che ci appare, negli animali, una semplificazione del vivere, una libertà pulsionale che noi non possiamo concederci . La civiltà richiede un sacrificio pulsionale, delle rinunce, un differimento dei nostri piaceri più immediati. Venire qui stamattina ha significato per ciascuno di voi rinunciare a fare una passeggiata, un giro in bici, a restare a letto a poltrire o altro. Tutte rinunce a dei godimenti in favore del desiderio di ascoltare quello che ho da dire e che spero avrete voglia di discutere.

Differire i piaceri o rinunciarvi è qualcosa che ha inizio molto presto perché siamo dipendenti dalla relazione col nostro prossimo. Il bambino dipende dalla madre, dipende radicalmente dalla madre, e ciascuno di noi dipende da chi ama, da chi desidera, da colui o da colei con cui ha, a qualunque titolo, una relazione. 

La “questione femminile” si pone quindi all’interno del linguaggio: per noi “parlesseri”, essere uomini e donne fa problema, schierarci sotto l’insegna di un sesso o sotto l’altra fa problema. 

Ho usato il termine “insegna” ma forse è improprio parlare di “insegna” nel caso delle donne.  Perché non esiste una “bandiera” delle donne “, un’insegna, un significante, diremmo con Lacan, che tenga insieme le donne allo stesso modo con cui il significante fallico tiene insieme gli uomini.  Le donne fanno insieme in quanto donne? O costituiscono un insieme solo quando sono madri, quando cioè hanno uno statuto simbolico certo? 

Questa domanda si pone a livello soggettivo ma anche sociale. Il femminismo degli anni settanta e ottanta, ad esempio, era teso a creare un grande ombrello che permettesse alle donne di ripararvisi sotto. Un ombrello simbolico.

 

La “scelta” del sesso

Per la psicanalisi le cose si pongono in modo diverso: la questione femminile è un problema di differenza di posti o meglio di dissimetria di posti, maschile e femminile, che sono il risultato di una scelta inconscia. La dissimmetria  rende possibile il desiderio. Il desiderio sessuale, negli esseri parlanti che siamo, nasce dalla differenza, si crea tra posizioni non simmetriche. 

Freud immaginava le posizioni dell’uomo e della donna come complementari, Lacan invece dissente: la posizione femminile non è complementare ma supplementare a quella maschile. La donna funziona come oggetto causa del desiderio maschile ma il reciproco non è esattamente vero. Il desiderio femminile è più complesso di quello maschile e il suo oggetto non sempre è definibile. La questione femminile riguarda  il rapporto col proprio sesso prima ancora che il rapporto col sesso cosiddetto opposto.

Rapporto col proprio sesso  significa accettare o meno il reale della propria anatomia e ciò che ne consegue, sul piano immaginario e simbolico, la propria posizione di donna nella sfera privata e  nel sociale che ci accoglie, che stabilisce i canoni che regolano l’appartenenza sessuale e sanciscono ciò che la specifica. 

In tutte le culture, e con tutte le varianti possibili, la posizione della donna è caratterizzata dal fatto di essere oggetto del desiderio dell’uomo e la posizione dell’uomo è invece quella di soggetto, di chi desidera. Lacan parla, a questo proposito, di “sembiante” di uomo o di donna. Sembiante non vuol dire “apparenza” o finta ma neanche totale aderenza. Per una donna ad esempio “fare sembiante” di donna per il proprio uomo, farsi oggetto del suo desiderio, non significa che non possa essere in posizione di soggetto in altri ruoli e in altre occasioni, ad esempio quando lavora. 

La questione non è semplice e potremmo riassumerla così: come si può farsi oggetto causa del desiderio maschile restando un soggetto?

 Donne politiche o d’affari non circolano forse su tacchi otto-dieci nel pieno delle loro attività pubbliche? E’ un modo di rispondere, al livello del mostrarsi, del dare a vedere, a questa domanda. Una donna che lavora si muove nel campo del fallico ma può non  rinunciare a proporsi come oggetto di desiderio secondo i dettami della moda  e della cultura cui appartiene. Tacchi alti o velo, secondo le culture, sono dei simboli indossati per essere riconosciute come oggetto del desiderio maschile.

Questo non vuol dire che, soggettivamente, il problema sia stato risolto. Può trattarsi di una messa in scena, di una mascherata, di una finzione cui non corrisponde un assetto soggettivo. Accettare di essere oggetto causa del desiderio maschile non è solo accettare di sembrare oggetto di desiderio.

 

Essere oggetto causa del desiderio maschile non è l’unica risorsa per essere riconosciute come donne. C’è un’altra dimensione in cui lo statuto simbolico delle donne è dato, non va conquistato o difeso.  

E’ lo statuto simbolico legato alla capacità generativa. Simbolicamente la funzione della donna è  di concepire la vita, di far nascere. Una donna incarna questo principio. Questo spiega perché alcune siano così ostinate nel voler dare prova della propria fecondità e questo spiega anche il successo della fecondazione assistita come prova di “essere capaci di “ generare.

Lo statuto simbolico conferito dall’essere diventate madri è ancora altra cosa e  si colloca nell’ambito del fallico, dell’avere: una donna “ha” un bambino. Il bambino è l’unico oggetto certo del desiderio femminile ma, ancora, questo non vale per tutte le donne. Non tutte le donne vogliono essere madri. Non si può mai dire “tutte” delle donne ed è questo che fa del “femminile” una questione ricca di eccezioni.

Le donne, non-tutte le donne, tengono così tanto ad avere il bambino che  appoggiano senza riserve tutti progressi fatti dalla medicina della procreazione. Progressi che le hanno in parte espropriate dei loro poteri generativi, anche se hanno dato il bambino che prima si rifiutava di nascere. Hanno dovuto cedere parte del loro potere di generare in cambio del bambino reale ottenuto. Non affronto oggi questo tema, spinoso e delicato, se non per dire che l’intervento della tecno-medicina oggi si applica a campi che fino a poco tempo fa erano tabù: vale a dire all’origine e alla fine della vita. 

Per limitarci all’origine, che riguarda specificamente la “questione femminile”: un bambino oggi non nasce più dal desiderio e dal piacere di un uomo e di una donna, dall’incontro dei loro corpi  sessuati, ma dall’intervento, in misura maggiore o minore, della tecnica medica. Le modalità del nascere e del morire si sono modificate radicalmente senza che si siano definiti altri limiti, altri confini. Limiti e confini indispensabili a pensare quello che si colloca tra questi due poli, cioè la vita, la nostra vita. La vita non è pensabile senza il suo contrappunto, la morte. E’ la morte come limite che le dà senso.

 

La mutazione sociale attuale

La questione femminile, nata come movimento sociale con la rivoluzione industriale, si è modificata nel tempo. Oggi va collocata all’interno di una  “mutazione” epocale in cui tanti sforzi, tante riflessioni e ricerche vanno nella direzione di definire in nuovi modi le categorie fondamentali dell’umano: cioè il nascere e il morire, l’ appartenere ad un sesso o all’ altro.

 La vita, la morte e il sesso sono, ricorda Freud, le polarità intorno a cui girano le questioni dell’uomo. Che oggi dobbiamo ripensare perché non si pongono più come nel passato. Il nuovo su cui riflettere riguarda lo sviluppo della scienza e le sue applicazioni ad ambiti che non ne erano toccati prima. Se ad esempio una volta esisteva ancora la figura della levatrice che andava di casa in casa ad assistere le partorienti, oggi quella figura non esiste più perché non si nasce più così. Le ostetriche lavoranono solo in ospedale perché la nascita è stata medicalizzata e questo offre certamente maggiori garanzie a chi nasce e a chi fa nascere ma non senza produrre un salto culturale, una vera e propria mutazione. Questa mutazione fa parte integrante della questione femminile ma si è rivelata solo dopo l’esplosione dei movimenti delle donne. 

Potremmo chiederci: qual è il rapporto tra i movimenti delle donne e questa mutazione?  E’ andata nella direzione delle loro richieste? Che cosa hanno prodotto quarant’ani di femminismo, di partecipazione ai movimenti sociali, di Women’s studies, di Pari opportunità, di “se non ora quando”, di quote rosa? Di presenza femminile nelle sedi istituzionali e politiche, di accesso all’Università, di presenza nel mondo del lavoro a tutti i livelli?

Democrazia e liberismo sono, in un certo senso, dalla parte delle donne, garantiscono la loro circolazione sociale, le proteggono dalla disuguaglianza, permettono di insorgere contro la violenza , ne difendono la fragilità fisica e psichica.

Non possiamo però nasconderci che   l’uragano della mutazione in corso travolge per primi i più deboli, dunque le donne e i bambini. La stessa logica che  ha promosso l’autonomia delle donne ha degli effetti collaterali molto potenti. Si tratta di una mutazione che scardina l’ordinamento simbolico che regolava le nostre vite, che promuove la consumazione di oggetti, che tenta di annullare i limiti dell’impossibile, che respinge la malattia e la morte, che promette a tutti l’accesso a tutto, che ottiene  il risultato di indebolire la tenuta soggettiva e psichica, che ci impedisce di essere fedeli ai nostri desideri e alle nostre scelte e può lasciarci in preda alle nostre pulsioni, senza alcun filtro. 

Con una griglia di lettura di questo genere possiamo leggere lo scatenarsi dell’aggressività e della violenza, non più controllate, contro le donne e, forse in maniera meno evidente, contro i bambini. Il problema della violenza contro le donne  ha certamente a che fare con questa mutazione,  così vicina all’imbarbarimento, ad una nuova forma di barbarie sociale .

 

La psicanalisi

Vengo ora al secondo punto annunciato dal mio titolo, il  punto di vista della psicanalisi sulla “questione femminile”. 

Dal punto di vista della psicanalisi per “questione femminile” s’intende la problematicità dell’accesso a una posizione sessuata, con tutte le aporie che ne conseguono; accesso complesso che Freud non aveva saputo del tutto sbrogliare. L’aveva chiamata “il continente nero”, ne aveva fornito le coordinate essenziali, aveva sottolineato l’asimmetria dell’accesso della bambina alla sessualità rispetto al maschietto: la bambina entra nell’edipo , si mette ad amare il genitore del sesso opposto, il padre, quando il maschietto ne esce, cioè quando rinunzia alla madre. Mentre per il bambino si tratta di trovare dei sostituti dello stesso sesso dell’oggetto primitivo, per la bambina si tratta di cambiare il sesso dell’oggetto d’amore. Perché anche per lei, come per il bambino, l’oggetto primitivo d’amore è la madre. Operazione complicata che fa sì che, è una notazione di Freud, le donne , nel primo matrimonio, ripropongano col partner il tipo di legame primitivo sperimentato con la madre. 

Una notazione di Lacan a questo proposito  è illuminante: ogni volta che  nella clinica si tratta di affrontare il passaggio alla posizione sessuata, femminile, si incontra il problema dell’omosessualità. Per entrambi, maschi e femmine, l’amore per la madre è un amore attivo, e la posizione che entrambi assumono è quella di soggetto desiderante. Quando invece si tratta di occupare la posizione femminile, di farsi oggetto causa del desiderio dell’uomo, la bambina deve farsi oggetto. 

Eventi banali possono segnalarle che è il momento di compiere questo passaggio. Ad esempio una volta, quando si cominciava a dire alla bambine: “stai composta”, cioè tieni le gambe chiuse, era segno che l’età di essere donne si avvicinava e l’intervento dell’altro, dell’adulto,  serviva a veicolare la regola dell’Altro sociale: la sessualità non andava esibita, il pudore era richiesto alle bambine fin da piccole. 

Oggi questi codici non funzionano più se non per le donne provenienti da paesi di cultura non occidentale.  In occidente è piuttosto la moda a dettare cosa indossare per essere desiderabili e riconosciute come donne. La moda non si preoccupa però di mantenere la differenza sessuale,  il suo obiettivo è solo quello di aumentare il consumo di oggetti, non importa quali e a che cosa rinviino. Fino a poco tempo fa la moda era unisex, oggi è ipersex, forse nel tentativo di risvegliare un desiderio maschile assopito.

A livello soggettivo il problema resta e si pone per una donna in questi termini: come essere un oggetto del desiderio maschile e, al tempo stesso, restare un soggetto?  La posizione di oggetto causa del desiderio maschile che una donna può assumere è asimmetrica rispetto a quella occupata dall’uomo. Il desiderio nasce sempre dalla dissimmetria. Anche nelle coppie omosessuali assistiamo a un’analoga dissimmetria: uno dei due occupa la posizione dell’amato, dell’eròmenos -come dice Lacan quando rilegge il Convivio di Platone  nel seminario su Il Transfert- e l’altro quello dell’ erastès, dell’amante, del desiderante. Socrate è l’erastès e Alcibiade l’eròmenos ci dice Lacan usando come esempio d’amore e di desiderio il rapporto omosessuale fra i più famosi della storia della classicità. Uno dei due, l’eròmenos, è in posizione femminile, è l’oggetto causa del desiderio; ma essere oggetto ed essere passivo non sono la stessa cosa:  ci vuole un’enorme attività per occupare una posizione passiva. 

Le donne non sono solo o sempre nella posizione di oggetto causa di desiderio. Lacan lo scrive molto bene nelle sue tavole della sessuazione in cui distingue un lato uomo e un lato donna. Dal lato donna parte una freccia che va nel campo maschile, nel fallico. Una donna è nel fallico quando lavora, quando gestisce le sue relazioni sociali, quando diventa madre: è nel fallico, semplicemente, perché è nel linguaggio.  Il campo del fallico è il campo dell’avere mentre il lato donna è caratterizzato piuttosto dall’essere.

Naturalmente il modo in cui una donna è nel campo fallico è condizionato dal fatto che la sua presenza costituisce comunque un’alterità. Forse, e dico forse, una donna non gestirà come farebbe un uomo il potere sociale, grande o piccolo che sia, forse metterà delle rose sulla scrivania o sarà più umana con i dipendenti, forse…

Una donna è sempre divisa, doppiamente divisa a causa di questo andirivieni da un campo sessuato all’altro. Questo spiega perché le donne siano molto sensibili alle questioni di frontiera: spesso in analisi parlano di passaporti, del  non avere la carte in regola, di smarrimento della carta d’identità, della fantasia di essere sorprese da un controllore senza il biglietto o senza documenti. Tutta la proliferazione immaginaria che ha a che fare con la questione incerta dell’appartenenza e dell’identità a volte trova sollievo, e per un tratto di vita, nello sposare qualcuno o nel diventare madre. Due statuti, quello di moglie e di madre, che la rassicurano. Questo non cancella la sua dimensione di alterità, la sua “doppia appartenenza” al campo del fallico e a quello Altro, un campo contrassegnato da una certa estraneità e alterità.

 

Politically correct 

Il movimento femminista degli anni settanta aveva adottato il termine “doppia militanza” per indicare l’adesione al movimento femminista e al tempo stesso l’adesione a un partito. 

La doppia militanza era concepita come un tempo necessario a trovare una specificità al movimento delle donne, una specificità e una consistenza. Il femminismo non ha mai assunto la forma-partito: per scelta, ma anche per impossibilità. Ha subito varie trasformazioni, non si è mai estinto, ha assunto nuovi oggetti di rivendicazione. Possiamo accomunarli tutti sotto la parola : diritti. Rivendicazione di diritti da cui le donne erano escluse. Noto per inciso che nella clinica delle donne la parola “diritto” è un significante centrale, che il lamentare l’esclusione dai diritti è una lagnanza che ritorna nelle analisi delle donne. 

I diritti che le donne rivendicano socialmente sono molti: il diritto all’aborto, all’accesso alle tecniche di fecondazione assistita, il diritto a dare anche il proprio cognome ai figli e così via. Il tema dei diritti è al centro della battaglia delle donne.  Le donne la sostengono anche quando non le riguarda direttamente o solo in parte: come  nel caso del diritto al matrimonio rivendicato dal movimento gay.

Oggi questo tipo di battaglie non incontra più grossi ostacoli perché il tema dei diritti individuali è sostenuto anche dagli uomini e talvolta da personaggi che hanno grande autorevolezza. 

Penso ad esempio a un nome come quello di Stefano Rodotà. Mi sono chiesta se il suo “diritto di avere dei diritti”, titolo del suo ultimo libro, abbia a che fare con il “politicamente corretto”. 

L’ultimo numero della rivista Alfabeta contiene un dibattito in proposito. Carlo Formenti pone il problema di chi dovrebbe avere il potere di regolare questo “diritto ai diritti”. Tradotto nel mio discorso lo direi così: chi regola l’accesso ai godimenti e a quali. A quali ho accesso e da quali sono escluso?  Diritto ad avere dei diritti è, come si dice in termini giuridici, diritto di “godere” di diritti.  Oggi sembrerebbe che, tendenzialmente, la sola possibilità certa che una normazione dei diritti sia condivisa è quella di non vietare nulla.

Ho toccato un tema enorme e mi perdonerete se lo sto tranciando così, grossolanamente. 

Credo che la logica che guida la difesa dei diritti individuali sia sostenuta da questa norma, mai scritta in quanto tale. Il politically correct è un mood, potente, che ci viene dagli States e che nessuno osa criticare; in fondo è l’unica regola che nessuno osa infrangere.

Charles Melman, uno dei più importanti allievi di Lacan, afferma che il politically correct significa sostanzialmente che non si possono ostacolare i godimenti, che tutti hanno diritto al godimento che vogliono e che i godimenti non possono essere normati,

Per chiarire ciò che intende Melman dirò che il termine godimento è un concetto complesso e ampio, cui ho dedicato buona parte del mio ultimo libro : L’inconscio è il sociale. Diciamo che il godimento è in alternativa al desiderio. Il desiderio non si fonda sull’avere- si gode di qualcosa che si possiede- ma sul mancare. Desidero perché sono mancante. Desidero perché non ho. Il desiderio si coltiva nella penuria, nell’indigenza, non necessariamente materiale ma certo anche materiale.  La sovrabbondanza di oggetti, offerti dal mercato, di facile accesso, democraticamente alla portata di tutti, non sostiene il desiderio. Funziona piuttosto come un invito a godere. Al tempo stesso uccide la spinta a vivere perché, per la psicanalisi, desiderare e vivere sono praticamente sinonimi.

La norma del politicamente corretto significa, secondo Melman, in qualche modo diritto al godimento che voglio, senza censure. Non un godimento misurato, contenuto, legato al concetto di festa, cioè di trasgressione temporanea e limitata. Un godimento ininterrotto, tendenzialmente fuori norma, cioè fuori fallico. Oggi il godimento è godimento di oggetti, e, fra gli oggetti, vanno compresi gli oggetti tecnologici di ogni genere e anche quelli che modificano gli stati di coscienza, vale a dire le droghe. 

Per restare alla questione femminile: l’offerta di oggetti è una tentazione per le donne che notoriamente provano un’attrazione irresistibile per i mercati e lo shopping. Il rapporto delle donne con gli oggetti non si riduce alla loro funzione e neanche alla loro estetica. Le donne non hanno un solo oggetto privilegiato e questo le rende “golose” degli oggetti più disparati. 

Oggi non c’è limite al consumo di oggetti e l’assenza di limite  segnala la debolezza del fallico. Debolezza del fallico significa anche una femminilizzazione, nel senso peggiorativo del termine, del nostro sociale, Il suo indebolimento. 

Jouir à tout prix- sottotitolo del suo libro L’uomo senza gravità-godere ad ogni costo, secondo Melman, è la norma che governa il nostro sociale. Il che significa che gli uomini non devono rendere conto, testimoniare del loro essere uomini, e che le donne sono spinte a una rivendicazione senza soste. Col risultato che talvolta i ruoli s’invertono, gli uomini si occupano dei bambini e della casa ( invece di occuparsi delle donne), non decidono, non prendono iniziative, si lasciano corteggiare, si accampano a casa delle loro donne invece di preoccuparsi di essere loro ad offrirgliene una. Uomini che finiscono per occupare posizioni regressive, infantili, di sottomissione e dipendenza. 

Uomini che però covano rancore e voglia di vendetta per queste forme di sottomissione, che a volte esplodono e si rivolgono contro le donne, quelle più care e vicine. Da qui nascono i casi di violenza che ci sgomentano e ci allarmano, che non sappiamo fronteggiare. Violenza in genere provocata da forme di gelosia, anche queste dai tratti femminili: gelosia per il desiderio della donna che si teme indirizzato a un rivale, che si suppone preferito, qualcuno che avrebbe uno statuto fallico, che sarebbe un vero uomo. La colorazione “femminile” della gelosia è dovuta alla sensibilità per il desiderio dell’Altro, in questo caso la donna. 

Le donne oggetto della violenza maschile sono in genere giovani, belle, libere, uguali agli uomini sul piano sociale. Forse sono fantasticate come onnipotenti, come soggetti in grado di scegliere in piena autonomia, capaci perciò di abbandonare, di lasciar cadere, di rifiutare l’uomo. Per questo sono punite. In base all’arbitrio,  all’immaginario, alla  patologia dei singoli individui. E’ uno degli effetti del disimbrigliamento  delle pulsioni, non più contenute, non più normate da una regola sociale condivisa, da una differenza sessuale riconosciuta. 

La differenza va quindi sostenuta. Noi psicanalisti lo facciamo nelle nostre cure. Parlo di differenza, non di disuguaglianza. La democrazia è una conquista irrinunciabile anche per le donne ma non deve voler dire appiattimento della differenza. 

Invece, senza che nessuno l’abbia deciso- perché anche il femminismo sosteneva la differenza- ci siamo trovati immersi in un sociale in cui tutto è interscambiabile e, prima di essere uomini e donne, siamo soprattutto dei consumatori. La sessualità e il desiderio, invece, hanno bisogno  di poco, anzi  prediligono il vuoto e la penuria, si nutrono di differenza e di mistero, di alterità. L’esperienza di un’analisi, se è riuscita, restituisce il gusto del desiderio. Non è poco, anzi è l’essenziale.  Freud lo sosteneva con nettezza: senza sessualità, e senza desiderio, a che serve vivere?